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The Pira Project – Giovanni Volpe


    Sede: Alchemilla, via Santo Stefano 43, Palazzo Vizzani, Bologna
    Periodo: 25, 26 e 27 settembre 2026
    Promosso da: Alchemilla
    Apertura al pubblico: venerdì 25 settembre ore 18:00
    Orario: dalle 18:00 alle 21:00 (venerdì, sabato e domenica)
    Informazioni: tel. 335.7892194
    Sito: www.alchemilla43.it
    Testo critico: Enrico Tita
    Progetto grafico: Michele Battaglioli

    INGRESSO LIBERO


    The Pira Project – Giovanni Volpe

    La mostra si compone di 27 lavori eseguiti da Volpe dal dicembre 2025 al giugno 2026, una produzione articolata in quattro serie. La prima, Piranesi Profezie, vede le visioni di Giovan Battista Piranesi sull’architettura collocate nella prospettiva drammatica che il genere umano oggi vive. La seconda, Pira Pop, accoglie ancora la produzione piranesiana al centro della prospettiva storica sull’arte e le tecniche, ma la inquadra in un trattamento pop-art, dove al posto degli oggetti e dei miti di massa Volpe propone le vedute post-catastrofiche di Piranesi, come ad affermare che la felicità resta possibile anche nel tempo della crisi. La terza serie di opere disegna una via di uscita: le figure di grandi Candelabri, fotografati a Bologna e Venezia, ribaltati di 180 gradi, librantisi verso l’alto invece che appesi ai soffitti. La direzione del filo a piombo che vede l’essere costretto a concepire la propria esistenza tra nascita e morte è rifiutata e ribaltata. A ricongiungere cielo e terra in un unico sguardo, quasi una postilla al corpus delle opere in mostra, uno Zodiaco in dodici piccoli quadri. In essi, in una luce lunare, notturna, i segni giacciono al di sotto dei loro cieli, dominati ognuno dalla costellazione al quale gli uomini sin dall’inizio della storia li hanno uniti.
    La mostra è accompagnata da un testo critico di Enrico Tita, giovane studioso di storia dell’arte ed estetica.


    Dal crepuscolo all’alba. Prospettive di luce
    di Enrico Tita

    Nel tentativo più o meno vano di dar voce ai motivi che hanno condotto a questa mostra, sono tante le consonanze, e altrettante le dissonanze, che insistono nella produzione artistica di Giovanni Volpe rispetto all’opera di Giovan Battista Piranesi (1720-1778), trama dell’esposizione. Non è una cifra stilistica, nemmeno un’operazione retorica: è una scelta ragionata, la sua, quella di sublimare nelle
    sale magnifiche di Palazzo Vizzani – per lui un luogo del cuore, oltre che della memoria – un corpo di lavori che vogliono riflettere, nel confronto costante con il genio settecentesco, su una questione quanto mai attuale, indispensabile: come dobbiamo porci, oggi, al riguardo dell’arte? Perché ne sentiamo ancora la necessità? Una chiave di lettura efficace è possibile attraverso la con-siderazione a tutto tondo del percorso espositivo, non da vagliare opera per opera ma da apprezzare nella sua totalità, sincera e stimolante, e nella convinzione che il senso profondo di quanto Volpe abbia da rivelare lo si ritrovi contemplando un microcosmo schietto di sensazioni cristalline, alle volte drammatiche alle volte gaie, unicamente e veramente volute.

    Le Profezie, la serie di quadri che accoglie alla visita, riproposizioni contemporanee delle Antichità Romane – opera monumentale del calcografo veneziano pubblicata in prima edizione con più di centotrenta tavole nel 1756, concettualmente prossima alle più celebri Carceri d’invenzione – fondano l’incipit, espositivo ed ideologico, della narrazione dell’universo immaginifico di Volpe: quello del Menschheitsdämmerung, qui da inten-dersi come «crepuscolo dell’umanità». È la sua maniera, rivelantesi anche nella decisione di contornare le acqueforti scelte di una cupa cornice nera dal grave impatto scenico, di affrontare il tema piranesiano dell’utopia negata, nel rapporto
    che l’uomo ha con il tramando della storia e di come i resti in rovina costituiscano, più che un’ideale modello virtuoso, la franca attestazione di un’archeologia oggi inaccessibile.

    Se in prima battuta la parola Dämmerung aveva a che fare con l’idea di un declino ineluttabile, è altresì possibile affidarsi all’ambivalenza del significato del termine sostituendo l’«alba» al crepuscolo, e in tal modo definire la semantica delle sezioni successive. I Candelabri, studi di
    lampadari capovolti che si ribellano alle leggi della fisica, attivano la necessità di un ribaltamento di prospettiva, che non è un dispositivo ottico ma un motivo storico; e i Pira-Pop, ulteriori rovine di ascendenza piranesiana che ormai rinunciano alla precedente componente drammatica cercando, anche graficamente grazie al giocoso contrasto cromatico, una possibile, speranzosa, aura salvifica.

    Nell’ambito della via di un’attuabile riconciliazione con il presente disilluso si colloca ulteriormente lo Zodiaco, esercizio di raffronto con i miti senza tempo del passato – a titolo esemplificativo, la figura femminile del segno della vergine è tratta dalla Vergine delle rocce di Leonardo (Louvre, 1483 circa) – e ancorché si estrani perlomeno da un punto di vista strettamente tematico dal resto delle produzioni, ben conviene al bisogno umanissimo di recuperare attraverso quest’altra modalità di astrazione le risposte per le questioni poste in partenza.

    A chiudere si incontra il Preludio, rappresentazione dello studio di Giovanni. Esordio materiale della mostra, essendo il luogo in cui egli ha lavorato e prodotto le opere, viene collocato in chiusura per testimoniare, a seguito delle esperite operazioni ascetiche, il trionfo dell’ordinario, la vittoria del quotidiano che si fa eccezionale riportando lo sguardo, sin qui carico di aspettative mistiche, all’attenzione del concreto.

    Tutti i lavori di acetato trasparente su policarbonato colorato, ad esclusione della coppia di profezie all’ingresso e del trittico sopra il camino della sala centrale il cui fondo è in alluminio, si interessano non tanto della costruzione lineare delle forme o dei segni del disegno, quanto del valore luministico reso dallo studio del dato chiaroscurale. Sono, ai minimi termini, opere di luce; e ciò risulta anche nella rifrazione data dalla peculiarità del materiale plastico, così ingannevolmente mutevole, che costringe l’osservatore a cercare per ognuna un punto di vista differente ed idoneo, invitandolo alla riflessione.
    È una meditazione che si fonda sulla relazione spontanea tra le opere e gli ambienti che le ospitano, in un’atmosfera intimamente domestica che vuole dirsi rassicurante; contemporaneamente, ragiona sulla preoccupazione esistenziale della crisi delle coscienze per tentare di affrancarsi attraverso l’arte. È dunque nel cortocircuito possibile esistente tra queste tensioni complementari che giacciono le ragioni di questa mostra.



    BIO – Giovanni Volpe

    Giovanni Volpe (Bologna 1963) è architetto, graphic designer e artista, si è laureato in Architettura nel 1992 e in Grafica e Pubblicità allo IED nel 1997. Ha collaborato con diversi studi di progettazione a Bologna e a Torino, per poi avviarvi il proprio studio nel 1997, occupandosi principalmente di grafica e comunicazione. Studioso di storia dell’arte e dell’architettura moderna e contemporanea, ha tenuto seminari su Paul Klee e Carlo Scarpa e pubblicato un saggio su Klee. Gestisce in prima persona il sito Klee.Live, ipertesto in forma di blog sul pittore svizzero. La sua prima mostra personale si è tenuta nel 2013 a Bologna, la città dove attualmente vive e lavora.